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Mesia

E’ da sfatare la credenza che la pasta sia stata introdotta in Italia dalla Cina tramite Marco Polo. Infatti nel 1279, quando l’esploratore veneziano si trovava ancora in oriente, il notaio genovese Ugolino Scarpa redasse il testamento nel quale, fra le altre cose, veniva lasciato in eredità una cassa piena di maccheroni. Di sicuro furono gli Arabi nel XI secolo a diffondere la pasta in tutto il bacino del Mediterraneo, ma fu solo in Italia che divenne cibo diffuso. Certamente nella cultura alimentare araba, la pasta essiccata costituì un elemento fondamentale già dal secolo IX, molto prima che lo stesso fosse introdotto in Europa, come risulta da studi e ricerche su documenti arabi relativi all’alimentazione nel Medioevo.

<<...A ponente di Termini (Pa), vi è un abitato che si chiama Trabìa, incantevole soggiorno con acque perenni e parecchi mulini. Trabìa ha una pianura e vasti poderi, nei quali si fabbricano tanti vermicelli da approvvigionare, oltre ai paesi della Calabria, quelli dei territori musulmani e cristiani, dove se ne spediscono moltissimi carichi per nave…>>.

Questa riportata è la prima testimonianza scritta relativa alla produzione di pasta essiccata, tratta dal “Libro per chi si diletta di girare il mondo”, scritto dal geografo arabo Al Idrisi nel 1154. Il procedimento adottato per l’essiccazione prevedeva che la pasta fosse esposta al sole per qualche tempo, quindi posta in luoghi chiusi riscaldati per mezzo di bracieri, garantendo di affrontare anche viaggi verso destinazioni lontane senza deteriorarsi. Il vocabolo “trie”, derivato dall’arabo itriyah (focaccia tagliata a strisce), sopravvive ancora oggi in molte località del sud Italia, mentre dal basso Medioevo la pasta venne definita più genericamente anche con il termine maccheroni. Quest’ultimo, derivato dal siciliano “maccarruni”, proverrebbe da “maccari”, ossia schiacciare. La Campania ha avuto un ruolo di primo piano nella lavorazione della pasta dura. Il clima secco e ventilato delle coste napoletane è particolarmente adatto alla produzione della pasta che per secoli ha mantenuto il tradizionale essiccamento tramite semplice esposizione all’aria. Sono del 1295 le prime notizie della vendita di pasta essiccata nel Regno di Napoli, dove la regina Maria ne acquistò un consistente quantitativo per un banchetto. Nel 1833 nacque il primo pastificio industriale e da quel momento, la pasta si avviò a conquistare tutto il mondo. I primi a “rispondere”, furono gli svizzeri, che emigrarono verso Napoli per ricoprire le più svariate mansioni professionali. La produzione della pasta napoletana fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi del 1856: i  meriti erano di Torre Annunziata e Gragnano, maggiori poli produttivi in cui clima e stretta vicinanza al mare favorivano la migliore essiccazione e la lunga conservazione del prodotto.  La pasta è oggi uno degli alimenti più consumati nel mondo, con un utilizzo in Italia di circa trenta chili a testa all’anno, contro i cinque di riso. La produzione della pasta a livello industriale si basa sulla lavorazione di un impasto di farine di semola di grano duro con acqua e sulla successiva trafilazione. Alla fase della depurazione della farina, seguiranno la preparazione dell’impasto con farina, acqua e sale, il condizionamento per disaerazione e la trafilazione, con cui si procede a comporre i diversi formati. L’essiccamento è la fase più delicata che avviene in una camera di essiccazione ad alta umidità relativa. La qualità della pasta si misura attraverso prove di cottura, pesandola dopo averla scolata, calcolando anche il peso degli elementi che rimangono nell’acqua. Oltre il formato tradizionale italiano, gli spaghetti, se ne producono altri sia di pasta lunga che corta, che a loro volta si possono suddividere in lisci o rigati. L’industria della pasta può aggiungere anche additivi come uova, per la pasta all’uovo, spinaci, pomodori e altre verdure, con ripieni vari (ravioli, tortellini, agnolotti), pasta per diabetici con poco amido, per celiaci senza glutine, paste dietetiche ad alto tenore proteico e con farine di soia, di mais e di riso.

Nel greco antico era definita Kosm tikos “che ha il potere di sistemare” o “abile nel decorare”. La sua storia procede parallela a quella dell’umanità e già 30.000 anni fa l’uomo primitivo usava colori per decorare caverne ed il proprio corpo. Questa pratica aveva come scopo la protezione, sia per mimetizzarsi, sia per generare timore nel nemico. Anche Indiani d’America usavano decorarsi il corpo, Cinesi e Siamesi, utilizzavano con abbondanza cosmetici ed oli aromatici anche nelle pratiche religiose. Presso gli Egizi era dato grande spazio alla cura della persona: le donne dipingevano la linea dell’occhio, palpebre, ciglia e sopracciglia. Sia uomini che donne radevano le sopracciglia, per poi ridisegnarle sopra la linea naturale. Si dedicavano alla cosmetica anche Sumeri, Ebrei, Assiri e Babilonesi. Questi ultimi due popoli si applicavano in modo particolare alla produzione di profumi, di cui facevano ampio uso. Anche Greci e Romani erano più interessati alle fragranze che alla cosmetica di viso e corpo.


I prodotti cosmetici sono sostanze o miscele da applicare sulla superficie del corpo, quindi pelle, capelli, unghie, labbra e denti. Per il corpo vengono utilizzati creme ed emulsioni, lozioni o gel. Sul viso si applicano maschere di bellezza, fondotinta, ciprie, prodotti per il trucco e struccanti e quelli per le labbra. Il fondotinta valorizza il viso, creando l’effetto di “seconda pelle”, grazie ai pigmenti colorati che conferiscono all’incarnato un colorito luminoso. E’ la base su cui stendere il trucco e cancellando difetti ed imperfezioni, neutralizza eventuali differenze di colore della pelle. Viene considerato di aiuto nella difesa dai raggi ultravioletti: contiene filtri che proteggono dalle radiazioni del sole. Può essere fluido, cremoso, compatto ed in polvere minerale ed è arricchito con oli, sostanze idratanti e talchi leggeri. La cipria consente di fissare il fondotinta ed evitare l’effetto “lucido”. In commercio viene proposta in polvere e compatta. Quella in polvere è lievemente colorata, finissima ed impalpabile, viene usata dai truccatori, mentre la compatta è colorata ed adatta a ritocchi veloci. L’ombretto rende lo sguardo più intenso e luminoso, creando giochi di luce attraverso il colore. In polvere, si applica facilmente e scegliendo tra opachi, perlati e satinati, risulterà possibile combinarli in vari modi. L’eye-liner, da non confondersi con la matita per occhi, consiste in un colore liquido da applicare lungo il bordo cigliare della palpebra, mentre la matita la cui durezza o morbidezza determinerà minore o maggiore marcatura, è sempre a pasta solida. Il kajal, da sempre usato da uomini e donne in India, è uno stick con punta conica, utilizzata per colorare la parte interna della congiuntiva, mentre il kohl, simile al kajal anche per forma e modalità di applicazione, è più resistente del kajal, ma risulta meno marcato. Il mascara è un cosmetico specifico per gli occhi, in particolare per le ciglia e si presenta cremoso in tubetto, da utilizzare con il suo spazzolino che aiuta a truccare le ciglia dalla base. Il correttore serve da base per coprire occhiaie, imperfezioni, macchie della pelle o piccole cicatrici. Di consistenza compatta e poco cremosa, si fissa con facilità e non scioglie. Si usa prima del fondotinta sulle parti che presentano difetti o alterazioni che si desidera coprire. La matita per le labbra è un importante accessorio per definire il contorno e può essere applicata come base per il rossetto dello stesso colore, ma si può usare anche come unico prodotto ottenendo un effetto opaco e dilunga durata. Il rossetto consente di modificare il colore o la forma e la grandezza delle labbra. In commercio esistono il lipstick, più conosciuto ed utilizzato, il lucidalabbra, in forma fluida da applicare con un pennellino ed il rossetto opaco o “mat”, che ha la caratteristica di far apparire più piccole le labbra troppo grandi o carnose. Per ogni tipo di pelle, ci sono anche prodotti adatti a rimuovere il trucco definiti struccanti, che aiutano a pulire la pelle dai cosmetici. A seconda delle proprie esigenze o abitudini, sono disponibili latte detergente, acqua micellare, struccante bifasico, salviette struccanti, olio struccante e panno in microfibra.

Non è facile individuare da dove provenga questo cereale, essendo una pianta di antica coltura. Con grande probabilità si pensa che principalmente sia originario dell’estremo Oriente. Alcuni scavi archeologici in Cina, hanno riportato alla luce reperti fossili risalenti a diversi millenni fa. Il prezioso riso, dunque, era già coltivato ed utilizzato nell’alimentazione. Lo conobbero anche Greci e Romani, ma non sembra che lo coltivassero. Per quei tempi veniva considerata come spezia esotica, quindi estremamente costoso, si preparava soltanto in occasione di banchetti più prestigiosi. Furono poi gli Arabi a diffonderlo in Europa, in cui venne introdotto prima in Spagna. Per avere notizie certe di coltivazione del riso in Italia, bisogna attendere il XV secolo, in cui le campagne di Lombardia e Piemonte diedero buone risposte produttive; queste due regioni, attualmente ancora detengono la maggiore produzione di riso della nostra penisola. Chilometri e chilometri di risaie, fanno di questi luoghi un territorio suggestivo. E’ una pianta che richiede climi caldo-umidi e temperature elevate. Infatti non germina al di sotto dei 12°C e non fiorisce se non si raggiungono i 22-23°C. Tali condizioni si verificano soltanto d’estate e l’acqua da cui le risaie sono sommerse, ha anche funzione di regolarizzare l’andamento termico dell’ambiente. Non è una pianta dalle grandi esigenze, sa svilupparsi nei terreni più vari. La sua coltura avviene per semina o per trapianto e le successive operazioni riguardano soltanto l’eliminazione delle erbe infestanti. Appena colto, viene chiamato risone e non è commestibile, ma soltanto a seguito di una serie di operazioni volte alla raffinazione viene infine “brillato”, cioè ricoperto con talco o glucosio, in modo da fornire una patina di lucentezza. Questo ne aumenta la conservabilità e migliora la consistenza dei chicchi durante la cottura. In 100 grammi di riso sono presenti circa 332 calorie, 6,7 grammi di proteine, 80,4 grammi di carboidrati sotto forma di amido e 0,4 grammi di grassi.

Sono tante le varietà di riso coltivate ed utilizzate nelle nostre cucine: circa una cinquantina, contro un centinaio nel resto del mondo. A seconda del tipo di chicco, viene distinto in comune, caratterizzato da grani tondeggianti e piccoli, poco resistente alla cottura, utilizzato soprattutto nelle minestre; il semifino, che ha chicco arrotondato ed è ricco di amido, più resistente alla cottura; il fino, che presenta un grano cristallino, lungo, con poco amido e non cuoce con facilità; il parboiled, con chicco di colore giallo ambra, comunemente conosciuto come riso che “non scuoce”. Il suo nome deriva dal processo di parboilizzazione, cioè una precottura che avviene dopo la raffinazione. E’ ideale per preparazioni che necessitano di una lunga cottura, ma è da escludere per preparare risotti o minestre. Accanto a queste varietà tutte italiane, si sono aggiunte quelle provenienti dall’estero, tra cui il Basmati, tipico di India e Pakistan, con chicco molto lungo; il riso rosso, di una regione a sud della Francia, con chicco tondeggiante, integrale, che a seguito di cottura si mantiene sempre croccante; il riso venere, anch’esso integrale, con chicco molto piccolo e corto, è di colore nero solo esternamente ed adatto come contorno e per riso pilaf.

Da questo cereale si può ricavare anche un tipo di farina o bevande fermentate come la birra, si trasforma industrialmente per ottenere amido o un cereale secco, detto anche riso soffiato.

Per la ricorrenza del carnevale, l’Italia possiede una grande varietà di maschere. Derivano principalmente da tradizioni arcaiche e dalla Commedia dell’arte, una “rivisitazione” del teatro che non prevedeva recitazione su testi scritti, ma su dei canovacci. Inizialmente si tenevano rappresentazioni all’aperto, con compagnie composte da dieci elementi, tra cui otto uomini e due donne. Prima presenza di commedia dell’arte si riscontra nel 1750 in un’opera di Carlo Goldoni intitolata “Il teatro comico”. Altre maschere, invece, sono state create di proposito per poter rappresentare simbolicamente i festeggiamenti del carnevale nelle varie città. Quasi certamente lo scopo delle maschere, unitamente al rumore ed ai colori, era quello di allontanare le forze misteriose delle tenebre e la stagione invernale, per accogliere la primavera.

In Campania, la maschera per eccellenza è Pulcinella, che insieme ad Arlecchino è il simbolo proprio del carnevale. Pulcinella passò dalla Commedia dell’arte al teatro dei burattini, diventando uno dei personaggi più importanti. Impersona l’anti-eroe ribelle, presentandosi sempre vitale e irriverente. Sono maschere campane anche Tartaglia e Scaramuccia. In Emilia-Romagna, il Dottor Balanzone è un professore sapiente e presuntuoso. In questa stessa regione sono presenti pure Fagiolino, Bertoldo e Sandrone. Il Lazio propone Rugantino, maschera romanesca, che in origine era un burattino. Sulla sua figura di romano tipico, fu scritta una famosa commedia musicale. Accanto a lui ci sono Nina e Meo Patacca, provenienti dal teatro popolare. Il personaggio di Capitan Spaventa si accosta alla Liguria, mentre in Lombardia capeggiano Meneghino ed Arlecchino. Brighella è originario di Bergamo insieme a Gioppino. Nelle Marche è Moscialino a simboleggiare il carnevale di Ancona, mentre in Piemonte c’è il notissimo Gianduia con la moglie Giacometta ed appartiene a Torino. Per il carnevale di Mamoiada in Sardegna, ci sono i Mamuthones e gli Issohadores, con maschere principalmente nere a cui, oltre a quella umana, si accosta una figura animale. In Toscana, Stenterello impersona il popolano fiorentino di semplice estrazione, sempre oppresso da ingiustizie e sfortuna, ma portato a scherzare e ridere. Accanto a lui, Burlamacco, nato come simbolo del Carnevale di Viareggio nel 1930. La regione Veneto ed in particolare Venezia, conosciutissima per il suo storico carnevale, ha maschere famosissime come Pantalone, sua figlia Rosaura e la servetta Colombina. Qui hanno la “cittadinanza” anche Arlecchino e Brighella che pur essendo bergamaschi, stando al mito, erano impiegati a Venezia come servi.

Per quanto riguarda gli abiti dei personaggi più conosciuti, la tradizione detta i suoi particolari e così si scopre che per il vestito di Arlecchino, abbia provveduto sua madre che poverissima, cucì insieme scampoli di diversi colori dando vita al simpatico abito variopinto; indossa maschera nera e berretto bianco. Pulcinella si può considerare la più antica d’Italia, con maschera nera ed abito bianco composto da ampia casacca e pantaloni, con berretto anch’esso bianco. Gianduia ha parrucca con codino e tricorno. E’ vestito di panno marrone bordato di rosso, panciotto giallo e calze rosse. Il costume di Pantalone è cambiato più volte nel tempo, conservando sempre uguale soltanto il mantello nero. Meneghino ha cappello a tre punte, parrucca alla francese con codino, lunga giacca di velluto, calzoni corti e calze a strisce rosse e bianche. All’inizio della sua entrata sulle scene, Rugantino vestiva da gendarme, poi col tempo indossò abiti civili da povero, con pantaloni consumati che arrivano al ginocchio, fascia intorno alla vita, casacca e fazzoletto legato al collo. Brighella ha una sorta di livrea con calzoni larghi e giacca bianchi listati di verde, mantello bianco con strisce verdi, berretto a sbuffo e mezza maschera nera sul viso.

Le api raccolgono, trasformano, combinano con sostanze presenti nel loro organismo e depongono nei favi una sostanza alimentare, il miele. Tutto ha origine dal nettare dei fiori o da secrezioni di parti vive di piante che attraggono questi insetti e altri imenotteri. Tra un’ape e l’altra si succedono diversi scambi all’interno dell’alveare, permettendo una graduale maturazione combinata all’arricchimento di enzimi, presenti nelle secrezioni ghiandolari delle api stesse. Il nettare ha lo scopo di attirare gli insetti impollinatori che assicurano la fecondazione dei fiori. La sua composizione varia a seconda delle piante che lo producono, ma sono tutti composti principalmente dai glucidi (saccarosio, fruttosio, glucosio) e acqua. Il compito principale spetta all’ape bottinatrice che raccogliendo il nettare dal fiore, lo accumula in una specie di sacca presente nella gola, detta anche borsa melaria e giunta all’alveare, lo rigurgita. In questa fase, il nettare si presenta molto liquido. Subentrano le api operaie che per 30 minuti digeriscono il nettare trasformando gli zuccheri semplici attraverso speciali enzimi. Per evitare che fermenti, il nettare va disidratato, cosicché le api operaie lo depongono sulla parete delle celle in strati sottili. Qui intervengono le api ventilatrici che si occupano di far evaporare le parti di acqua producendo nell’alveare una corrente d’aria costante. Perché il miele maturi, occorrono circa 36 giorni, anche se tanto dipende dall’umidità che il nettare possedeva in origine. Di qui l’immagazzinamento in cellette diverse, sigillate appena riempite. Le specie vegetali visitate dalle api sono innumerevoli, dando origine a mieli monofloreali (un solo tipo di fiore), più pregiati e dall’aroma più intenso o millefiori, più tenui. In Italia le varietà maggiormente diffuse sono, appunto, il millefiori, il miele di acacia, più liquido, di agrumi, di carrubo, di castagno, di ciliegio, di corbezzolo e di eucalipto, più efficace in assoluto per le sue proprietà balsamiche.

Componenti principali del miele sono gli zuccheri, presenti al 70% - 80% circa ed una discreta presenza di oligoelementi come il rame, il ferro, lo iodio, il manganese; vitamine (A, E, K, C), enzimi e sostanze battericide ed antibiotiche; queste ultime permettono al miele una lunga conservazione. In erboristeria, il miele sembra favorire la cicatrizzazione e l’idratazione, è indicato per la cura del sistema nervoso (migliora la qualità del sonno e la concentrazione), dell’apparato respiratorio (lenitivo per la tosse), all’apparato circolatorio e digerente.

Come cosmetico, il miele e la cera d’api costituiscono la base di molte creme cutanee, maschere di bellezza e prodotti per le labbra. Assicura la giusta dose d’idratazione, contrasta la secchezza cutanea, combatte l’invecchiamento grazie alle sostanze antiossidanti che contiene. Con la sua azione antinfiammatoria è un valido alleato contro l’acne e favorendo la diuresi, aiuta a combattere la cellulite. Un cucchiaio di miele aggiunto allo shampoo abituale, mantiene i capelli sani e puliti e combinato con olio d’oliva, genera un’eccellente soluzione idratante in caso di capelli secchi.

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