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Mesia

Per la ricorrenza del carnevale, l’Italia possiede una grande varietà di maschere. Derivano principalmente da tradizioni arcaiche e dalla Commedia dell’arte, una “rivisitazione” del teatro che non prevedeva recitazione su testi scritti, ma su dei canovacci. Inizialmente si tenevano rappresentazioni all’aperto, con compagnie composte da dieci elementi, tra cui otto uomini e due donne. Prima presenza di commedia dell’arte si riscontra nel 1750 in un’opera di Carlo Goldoni intitolata “Il teatro comico”. Altre maschere, invece, sono state create di proposito per poter rappresentare simbolicamente i festeggiamenti del carnevale nelle varie città. Quasi certamente lo scopo delle maschere, unitamente al rumore ed ai colori, era quello di allontanare le forze misteriose delle tenebre e la stagione invernale, per accogliere la primavera.

In Campania, la maschera per eccellenza è Pulcinella, che insieme ad Arlecchino è il simbolo proprio del carnevale. Pulcinella passò dalla Commedia dell’arte al teatro dei burattini, diventando uno dei personaggi più importanti. Impersona l’anti-eroe ribelle, presentandosi sempre vitale e irriverente. Sono maschere campane anche Tartaglia e Scaramuccia. In Emilia-Romagna, il Dottor Balanzone è un professore sapiente e presuntuoso. In questa stessa regione sono presenti pure Fagiolino, Bertoldo e Sandrone. Il Lazio propone Rugantino, maschera romanesca, che in origine era un burattino. Sulla sua figura di romano tipico, fu scritta una famosa commedia musicale. Accanto a lui ci sono Nina e Meo Patacca, provenienti dal teatro popolare. Il personaggio di Capitan Spaventa si accosta alla Liguria, mentre in Lombardia capeggiano Meneghino ed Arlecchino. Brighella è originario di Bergamo insieme a Gioppino. Nelle Marche è Moscialino a simboleggiare il carnevale di Ancona, mentre in Piemonte c’è il notissimo Gianduia con la moglie Giacometta ed appartiene a Torino. Per il carnevale di Mamoiada in Sardegna, ci sono i Mamuthones e gli Issohadores, con maschere principalmente nere a cui, oltre a quella umana, si accosta una figura animale. In Toscana, Stenterello impersona il popolano fiorentino di semplice estrazione, sempre oppresso da ingiustizie e sfortuna, ma portato a scherzare e ridere. Accanto a lui, Burlamacco, nato come simbolo del Carnevale di Viareggio nel 1930. La regione Veneto ed in particolare Venezia, conosciutissima per il suo storico carnevale, ha maschere famosissime come Pantalone, sua figlia Rosaura e la servetta Colombina. Qui hanno la “cittadinanza” anche Arlecchino e Brighella che pur essendo bergamaschi, stando al mito, erano impiegati a Venezia come servi.

Per quanto riguarda gli abiti dei personaggi più conosciuti, la tradizione detta i suoi particolari e così si scopre che per il vestito di Arlecchino, abbia provveduto sua madre che poverissima, cucì insieme scampoli di diversi colori dando vita al simpatico abito variopinto; indossa maschera nera e berretto bianco. Pulcinella si può considerare la più antica d’Italia, con maschera nera ed abito bianco composto da ampia casacca e pantaloni, con berretto anch’esso bianco. Gianduia ha parrucca con codino e tricorno. E’ vestito di panno marrone bordato di rosso, panciotto giallo e calze rosse. Il costume di Pantalone è cambiato più volte nel tempo, conservando sempre uguale soltanto il mantello nero. Meneghino ha cappello a tre punte, parrucca alla francese con codino, lunga giacca di velluto, calzoni corti e calze a strisce rosse e bianche. All’inizio della sua entrata sulle scene, Rugantino vestiva da gendarme, poi col tempo indossò abiti civili da povero, con pantaloni consumati che arrivano al ginocchio, fascia intorno alla vita, casacca e fazzoletto legato al collo. Brighella ha una sorta di livrea con calzoni larghi e giacca bianchi listati di verde, mantello bianco con strisce verdi, berretto a sbuffo e mezza maschera nera sul viso.

Le api raccolgono, trasformano, combinano con sostanze presenti nel loro organismo e depongono nei favi una sostanza alimentare, il miele. Tutto ha origine dal nettare dei fiori o da secrezioni di parti vive di piante che attraggono questi insetti e altri imenotteri. Tra un’ape e l’altra si succedono diversi scambi all’interno dell’alveare, permettendo una graduale maturazione combinata all’arricchimento di enzimi, presenti nelle secrezioni ghiandolari delle api stesse. Il nettare ha lo scopo di attirare gli insetti impollinatori che assicurano la fecondazione dei fiori. La sua composizione varia a seconda delle piante che lo producono, ma sono tutti composti principalmente dai glucidi (saccarosio, fruttosio, glucosio) e acqua. Il compito principale spetta all’ape bottinatrice che raccogliendo il nettare dal fiore, lo accumula in una specie di sacca presente nella gola, detta anche borsa melaria e giunta all’alveare, lo rigurgita. In questa fase, il nettare si presenta molto liquido. Subentrano le api operaie che per 30 minuti digeriscono il nettare trasformando gli zuccheri semplici attraverso speciali enzimi. Per evitare che fermenti, il nettare va disidratato, cosicché le api operaie lo depongono sulla parete delle celle in strati sottili. Qui intervengono le api ventilatrici che si occupano di far evaporare le parti di acqua producendo nell’alveare una corrente d’aria costante. Perché il miele maturi, occorrono circa 36 giorni, anche se tanto dipende dall’umidità che il nettare possedeva in origine. Di qui l’immagazzinamento in cellette diverse, sigillate appena riempite. Le specie vegetali visitate dalle api sono innumerevoli, dando origine a mieli monofloreali (un solo tipo di fiore), più pregiati e dall’aroma più intenso o millefiori, più tenui. In Italia le varietà maggiormente diffuse sono, appunto, il millefiori, il miele di acacia, più liquido, di agrumi, di carrubo, di castagno, di ciliegio, di corbezzolo e di eucalipto, più efficace in assoluto per le sue proprietà balsamiche.

Componenti principali del miele sono gli zuccheri, presenti al 70% - 80% circa ed una discreta presenza di oligoelementi come il rame, il ferro, lo iodio, il manganese; vitamine (A, E, K, C), enzimi e sostanze battericide ed antibiotiche; queste ultime permettono al miele una lunga conservazione. In erboristeria, il miele sembra favorire la cicatrizzazione e l’idratazione, è indicato per la cura del sistema nervoso (migliora la qualità del sonno e la concentrazione), dell’apparato respiratorio (lenitivo per la tosse), all’apparato circolatorio e digerente.

Come cosmetico, il miele e la cera d’api costituiscono la base di molte creme cutanee, maschere di bellezza e prodotti per le labbra. Assicura la giusta dose d’idratazione, contrasta la secchezza cutanea, combatte l’invecchiamento grazie alle sostanze antiossidanti che contiene. Con la sua azione antinfiammatoria è un valido alleato contro l’acne e favorendo la diuresi, aiuta a combattere la cellulite. Un cucchiaio di miele aggiunto allo shampoo abituale, mantiene i capelli sani e puliti e combinato con olio d’oliva, genera un’eccellente soluzione idratante in caso di capelli secchi.

La creazione di gioielli ha le sue radici nel tempo. I reperti archeologici ritrovati in varie zone del mondo, testimoniano che l’uomo fin dalla preistoria si dedicava alla composizione di gioielli, ornamenti e oggetti rituali. Anche in epoche successive, si praticavano tecniche elaborate appartenenti a questa pratica: i corredi funebri di Mesopotamia ed Egitto, hanno consegnato esemplari di oreficeria attraverso le necropoli o tombe, tra le quali la più conosciuta è quella di Tutankhamon. Presso gli Etruschi, era in uso il metodo della “granulazione”: piccole sfere di oro venivano saldate su lamine, seguendo un disegno prestabilito. In molti, nei secoli successivi, tentarono di carpirne il segreto, senza però giungere alla conoscenza di una formula certa. Presso gli antichi greci, l’epoca di maggior produzione fu quella ellenistica, in cui l’espansione verso oriente, permise l’arrivo di grandi quantità di oro con cui realizzare lavori artistici.

L’orafo artigiano, ancora oggi fa uso di strumenti che già in passato erano di ausilio nella lavorazione e composizione di oggetti preziosi. Certamente è giunto a perfezionare quelli esistenti per modellarli alle proprie esigenze e ne ha inventati di nuovi che gli permettono di produrre con maggiore facilità. Tenendo conto delle esigenze qualitative, le aziende orafe hanno teso ad investire risorse consistenti nel settore di attrezzature specifiche e soprattutto migliorative. L’eccellenza dei prodotti viene raggiunta con i macchinari, anche se sono le fasi precedenti a determinarne il risultato. All’ideazione seguiranno la progettazione, la scelta del materiale, la realizzazione. Quando invece si intende elaborare un gioiello che non sarà su vasta scala, l’orafo dovrà conoscere la tecnica di lavorazione del metallo, per riuscire a creare l’oggetto da realizzare. Il settore manufatturiero utilizza in gran parte l’oro, ma anche il platino, il palladio e l’argento che in alcuni casi possono essere combinati a pietre preziose o gemme. Di maggior pregio è il diamante, la cui valutazione dipende dal colore, dal taglio, dalla purezza (o limpidezza) e dal peso. Altri minerali naturali utilizzati nell’arte orafa, sono il rubino, lo zaffiro, lo smeraldo ed il quarzo colorato. Anche il corallo, pescato dai fondali marini e commercializzato, ben si adatta alla creazione di gioielli, in prevalenza combinato con oro o argento, viene intagliato, lavorato e lucidato o forato per ottenere collane e bracciali. Per creare preziosi, possono essere utilizzate anche le perle, che in natura sono il prodotto di molluschi (in modo particolare le ostriche), come forma di reazione all’introduzione di corpi estranei nella conchiglia. Il colore più comune è il bianco, ma esistono pure perle rosa, crema, viola, grigie e nere. Accanto a quelle di mare, va ricordata anche la categoria delle perle d’acqua dolce, meglio conosciute come perle di fiume. Per le creazioni in oreficeria non vengono quasi mai intagliate, anche perché già in natura variano nella forma.

Sono molte le aziende italiane che producono e commercializzano gioielli, talvolta raggiungendo livelli di alta gamma e design, diventando realtà imprenditoriali quotate in Borsa; ma anche nuovi artigiani che si immettono sul mercato, fanno della loro passione una professione. Attraverso segreti e raffinatezze del mestiere, propongono proprie creazioni, mostrando le infinite sfumature dell’arte orafa.

Detto anche disegno animato, costituisce un film di corto o lungometraggio a disegni che in proiezione risultano animati per la persistenza delle immagini sulla retina. Il procedimento “immagine per immagine” tipico del cartone animato, ha preceduto l’invenzione stessa del cinema illustrandone i primi passi artistici. Tuttavia, il disegno animato è stato sempre considerato un prodotto minore rispetto al film con attori.
La tecnica consiste nella ripresa di disegni oppure oggetti inanimati fotogramma per fotogramma, permettendo di creare in proiezione l’illusione del movimento: si possono realizzare film d’animazione partendo da disegni, diagrammi, sagome articolate o pupazzi. L’animazione di disegni si realizza attraverso la ripresa singola di una serie di disegni leggermente diversi l’uno dall’altro, in modo da rappresentare le diverse fasi del movimento. Precedentemente all’animazione, viene registrata una pista audio, utile agli animatori, per permettere loro di regolarsi sul numero di disegni da realizzare. In un secondo momento, vengono aggiunti anche doppiaggio, effetti sonori e musica.
Sono stati molti i pionieri dell’animazione in varie parti del mondo (Francia, America, Gran Bretagna, Germania ed a Oriente, il Giappone con i “doga eiga”, divenuti poi “Anime”). Negli anni ’30, però, Walt Disney “monopolizzò” il genere, arrivando a formare un vero e proprio impero personale. Pseudonimo di José Guizao Zamora, nato a Chicago da genitori spagnoli, fin da ragazzino aveva avuto grande passione per gli animali. Già a cinque anni, con matite colorate ritraeva tutti gli animali presenti nella fattoria in cui viveva con la famiglia. Sull’aia compariva anche un topolino, da lui battezzato Mickey Mouse, che Disney riprodusse nelle pose più svariate. Non dimenticando mai il suo “amico” della fanciullezza, tanti anni dopo, il disegnatore non esitò ad immortalarlo rendendolo famoso in tutto il mondo. E così ecco Topolino, che insieme a tanti altri personaggi ideati e disegnati dall’artista, sono diventati protagonisti di cartoni animati conosciuti in tutto il mondo.

Dal turco Kahvé, risalente all’arabo qawha (bevanda stimolante), è una pianta originaria della regione del Caffa in Etiopia, dove cresceva spontanea. A partire dal XVIII secolo, i maggiori Stati europei ne diffusero la coltivazione nelle colonie africane, asiatiche e americane, ottenendo risultati favorevoli in Brasile che divenne il maggior produttore.
Nelle piantagioni viene mantenuta ad un’altezza di circa 2,5 m., ma può raggiungere i 10 m.; a ramificazione biforcuta, presenta foglie semplici, ovate, fiori bianchi e profumati a forma di imbuto, raccolti a grappolo sotto le foglie. Il frutto è una drupa rossastra, simile a una ciliegia, che contiene uno o due noccioli, ciascuno dei quali custodisce un seme con una faccia convessa e l’altra piana e solcata. Il clima ideale per la coltivazione di questa pianta, si trova nelle regioni comprese tra i due tropici: sono necessarie terre poco ventilate, acide, ricche di humus con temperatura media che oscilla tra 20 e 30 gradi, piovosità abbondante, ben distribuita e moderata esposizione al sole. La produzione dei frutti ha il suo inizio nel quarto anno di vita della pianta, per poi aumentare con gradualità fino a raggiungere il massimo verso l’ottavo anno, dopodiché si mantiene costante fino al dodicesimo. In seguito, il prodotto diminuisce, per cui, anche se la pianta del caffè dura all’incirca trent’anni, il periodo produttivo di coltura risulta inferiore. E’ stato stimato che ogni anno, un alberello nel suo periodo fecondo offre circa 1kg. di prodotto commerciale. Dopo che è stato colto, deve essere messo in lavorazione entro quattro o cinque ore per evitare che fermenti e quindi inacidisca. I metodi di lavorazione sono a secco o a umido: col primo il frutto viene disteso al sole e lasciato seccare fino a formare un guscio duro e coriaceo. I grani seccati vengono poi decorticati, puliti e classificati secondo la grossezza. Nel procedimento a umido, il caffè viene raccolto in grandi serbatoi in cui l’acqua trasporta i frutti attraverso particolari setacci e tenuti per trentasei ore nelle pile di fermentazione per asportare i residui zuccherini. Dopo l’essiccamento si procede con la torrefazione, insufflando aria calda: il tempo di permanenza ne determina il gusto.
La bevanda preparata per infusione si diffuse dai Paesi arabi, in tutto l’Oriente e quindi in Occidente, con la prima tappa a Venezia. Sorsero così locali pubblici per sorbire la bevanda che nel Settecento e Ottocento furono luoghi di ritrovo e di vita culturale e politica. Il caffè ha azione stimolante sul sistema nervoso centrale e sull’apparato circolatorio a causa della caffeina ed è quindi controindicato nelle malattie gastriche ed intestinali.
In commercio si trova in grani o macinato, ma anche prodotti sottoposti a speciali trattamenti, come il caffè solubile, che si scioglie immediatamente in acqua calda; il caffè liofilizzato, che risulta molto più diluibile del normale caffè in polvere, mantenendo abbastanza inalterati aroma e gusto; il caffè decaffeinato, privo di caffeina, allo scopo di eliminare le caratteristiche sostanze nervine originarie; il caffè d’orzo, preparato con la polvere ottenuta dalla macinazione dei semi di orzo.

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